Valentinaottaviani83's Blog


Ruoli educativi ed evoluzione famigliare

Un genitore quasi perfetto” è il libro di Bruno Bettelheim, dedicato all’educazione famigliare e basato sull’idea che, piuttosto che affidarsi agli “specialisti”, « è alla portata di tutti essere genitori passabili, vale a dire genitori che educano bene i figli. Occorre però che gli errori che commettiamo nell’educarli [] siano più che compensati dalle molte occasioni in cui ci comportiamo in modo giusto con loro». Il genitore quasi perfetto è dunque colui che è in grado di amare il figlio e dialogare con esso sulla base del progetto di cui quest’ultimo è portatore e che trascende la volontà dell’adulto come afferma il poeta Gibran Khalil Gibran, « i vostri figli [] abiteranno case future che voi non potrete visitare neppure in sogno». Ovviamente questo progetto non è chiaro fin dall’inizio, ma necessita di strumenti che spettano appunto ai genitori fornire per costituirsi, in modo che sia il figlio a scoprire chi è e come esserlo. A tale questione è anche importante definire quali siano i ruoli educativi all’interno della famiglia e la sua evoluzione stessa nell’arco del tempo. L’evoluzione famigliare nella società contemporanea, unita alla trasformazione della divisione tradizionale del lavoro fra i sessi, ha prodotto vistose conseguenze pedagogiche, fra cui anche la difficoltà di molti genitori di assicurare nei primi anni di vita una presenza famigliare estesa e regolare.

Nella famiglia tradizionale toccava in genere solo alla figura paterna, non casualmente dipinta dalla psicanalisi freudiana, come la più lontana ed inaccessibile per il bambino. Questa visione tradizionale dei ruoli all’interno di una famiglia, è ancora fortemente presente nella società contemporanea. Alcune ricerche confermano infatti che alla fine degli anni Ottanta lo stereotipo famigliare era quello della madre casalinga e del padre lavoratore. Oggi la situazione lavorativa invece riguarda entrambe le figure genitoriali con la necessità di individuare sin dal primo anno di vita istituzioni, come il nido, o figure come i nonni o baby-sitter, in grado di svolgere una funzione sostitutiva. I tempi quindi che i genitori possono dedicare alla prima educazione del figlio sono diminuiti e l’alternanza di entrambi presso il bambino fa si che si affermi una divisione paritaria ed indifferenziata dei compiti nei suoi confronti. Il rapporto del bambino con la madre è uno degli argomenti di studio più importanti e affrontati dal punto di vista delle teorie sullo “attaccamento”. Queste presuppongono un ruolo fondamentale della madre nello sviluppo emotivo della prima infanzia e spesso di tutta la vita. Le relazioni affettive precoci, secondo Winnicott fra una madre e il proprio bambino, costituiscono il prototipo di tutte le relazioni interpersonali. Infatti assumono una importanza estrema le prime interazioni del bambino con una figura materna, e ancor più lo sono le interazioni sociali precoci costituite dal linguaggio non-verbale fra neonato e madre durante le prime fasi della sua vita in quanto creano reciprocità e risonanza emotiva, di grande significato per lo sviluppo. A differenza di quanto nel tempo è accaduto per la madre, il cui ruolo, tuttavia, è rimasto stabile, lo stereotipo del padre invece ha subito nella nostra civiltà un’evoluzione considerevole, che ha portato a notevoli oscillazioni dei ruoli educativi da lui svolti, rappresentando figure come quella del padre-autoritario, del padre-assente, del padre-amico, del padre-madre.

Da un punto di vista pedagogico questa flessibilità dei ruoli richiede dunque al padre di continuare ad essere una figura di riferimento autorevole senza per questo fissarsi sugli stereotipi dell’autoritarismo tradizionale. E’ infatti anche suo compito assicurare quelle condizioni di attenzione e dialogo che costituiscono la migliore forma di prevenzione al disagio giovanile. Possiamo ritenere valida in tal sede, l’affermazione prodotta dal neuropsichiatra Giovanni Bollea, « il vecchio adagio secondo cui, la madre insegna ad amare e il padre insegna a vivere trova [] sostanziale conferma» nell’immagine del padre come elemento di equilibrio, incarnazione di un’autorità affettiva e razionalizzante, disponibile a condividere con il bambino l’avventura dell’esplorazione del mondo come figura dispensatrice di sicurezza. Il padre non è solo così la freudiana “incarnazione dell’autorità”, ma anche colui che gioca con i propri figli.

                                                                                                                                                                                                                                                      V. Ottaviani

                                                                                                                                                                                  


La famiglia: un’educazione sociale per tutta la vita

La famiglia è la prima fonte e forma di “agenzia di socializzazione” per un bambino. La famiglia per tutto il XX° secolo è stata al centro di numerosi dibattiti culturali e mutamenti, sul suo ruolo e nella crescita sociale degli individui. Questa fu criticata fino alla fine degli anni ’60 per la sua funzione di trasmissione di valori borghesi, e fu dichiarata morta da alcuni settori della cultura. La sua ascesa successiva, fu legata molto ai valori e all’importanza della funzione affettiva, sociale ed economica. Sono alcuni i fattori, che denotano l’importanza sociale di questa agenzia educativa, quali essere il primo ambiente sociale in cui il singolo individuo è inserito, e realtà presente per tutto l’arco della vita. La famiglia adempie un compito di socializzazione primaria e secondaria, fornisce buona parte degli strumenti fondamentali per l’interazione sociale, per l’inserimento e l’integrazione nella comunità più vasta. La persistenza della famiglia nell’arco della vita degli individui fa si che essa condizioni il rapporto con le altre agenzie di socializzazione, sostituisca o integri il contributo di altre istituzioni sociali, assuma di volta in volta obiettivi e funzioni diverse in relazione alla situazione in cui si inserisce. Oggi complessivamente si può definire la famiglia una realtà in transizione, all’interno della quale è possibile ritrovare concezioni, modelli e progetti educativi contrastanti. Essa è caratterizzata dal punto di vista educativo, proprio come il centro di una molteplicità di progetti intersecati fra di loro, che variano col variare dei contesti sociali, dei tipi di famiglia, delle visioni del mondo presenti nei suoi membri. Da un punto di vista tradizionale potremmo definire la famiglia come un ambiente educativo che si sofferma sopratutto sul ruolo pedagogico dei genitori nei confronti dei figli, in quanto considerava l’educazione un processo sostanzialmente riferito alla sola età evolutiva. Attualmente invece molti studiosi si propongono di partire, invece, dal concetto di un ciclo di vita della famiglia, che va dalla formazione di una coppia stabile fino alla morte dei suoi membri. L’educazione dei figli rientrerebbe quindi in un più vasto processo educativo, che riguarda anche gli adulti in ogni età della loro vita. Attraverso questo processo educativo la famiglia costruisce e ricostruisce nuovi equilibri di relazione in rapporto alle trasformazioni che di volta in volta mutano la condizione dei suoi appartenenti. Secondo questa prospettiva è lecito cercare di individuare le tappe fondamentali del ciclo di vita familiare, infatti eventi critici fondamentali sono la formazione di una coppia, la nascita dei figli, la loro infanzia, adolescenza, e la loro uscita dal nucleo familiare, e infine il pensionamento e la malattia. A ciascuno di questi momenti corrisponde una fase della vita familiare contrassegnata da una crisi che definisce per i suoi membri dei “compiti di sviluppo”, intesi anche come obiettivi di un percorso di educazione reciproca e autoeducazione. In questi obiettivi rientrano elementi che vanno dalla formazione dell’identità di coppia all’assunzione dei ruoli parentali, dall’adeguamento alla crescita dei figli alla creazione di un nuovo tipo di vincoli con i genitori ormai invecchiati dei coniugi e alla preparazione alla vita dei nipoti. Il processo educativo famigliare prevede quindi un’ecologia dei rapporti fra i vari membri della famiglia e una crescita equilibrata delle loro personalità.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  V. Ottaviani


Disagio giovanile e marginalità sociale

L’adolescenza è stata da sempre considerata una “età di crisi” che si riflette anche a livello sociale. Un disagio insito nella condizione giovanile, le cui coordinate devono essere ridefinite per individuarne le risposte pedagogiche corrispondenti. L’età giovanile è normalmente caratterizzata da una diffusione dell’identità, ovvero da una difficoltà a riconoscersi in una personalità determinata e a fare scelte coerenti. Contrasti e difficoltà di un disagio come condizione, non sono solo individuali ma generazionali. La naturalità di questo disagio prevede anche il suo superamento come momento intermedio del cammino evolutivo verso la condizione adulta. In realtà sembra che il disagio giovanile tenda in determinate condizioni a stabilizzarsi senza sblocchi, oppure ad essere superato solo in forme psicologiche o nocive di evoluzione, come il comportamento delinquente. Il problema principale a tale riguardo sembra dunque riconoscere gli elementi sociali che favoriscano questo blocco, per poi intervenire su di essi anche da un punto di vista educativo. Alla base del disagio giovanile ci sono numerosi fattori sociali disgreganti tra cui la crisi della famiglia. I giovani oggi si trovano all’interno di una famiglia frammentata o in difficoltà, vivono in una società costituita per la maggior parte da adulti e da anziani e fatta su misura per i primi, crescono in una “civiltà televisiva” e complessa, lontana dalla natura e da riferimenti di valore ben decifrabili. La scuola non riesce spesso ad arginare questo fenomeno o a rispondere a questo disagio, e molte volte lo acuisce. Nel disagio giovanile la marginalità non è volontaria, ma è una condizione sociale, una condizione oggettiva, che non viene scelta ma subita dall’adolescente. Lo sviluppo somatico psicologico e sociale, nonché le spinte consumistiche introdotte dai media, e le nuove possibilità di esperienze e riflessioni, proiettano gli adolescenti verso la situazione adulta, che essi avvertono come desiderabile almeno sul piano dell’autonomia decisionale, affettiva ed economica. Allo stesso tempo esistono pressioni sociali che li confinano fuori da essa come la scuola, la minore età, la mancanza di autonomia sia economica che abitativa. Risultato di questo conflitto è la marginalità sociale, aggravata dal comportamento oscillante degli adulti e dal protrarsi di alcune condizioni, come ad esempio la mancanza di lavoro. Il disagio giovanile che deriva da queste situazioni oltre che esprimersi attraverso difficoltà e conflitti individuali con gli ambienti di vita, ha assunto forme sociali condivise e visibili. Un tentativo di affrontare questo disagio giovanile da parte di un sistema formativo integrato, viene oggi dalla realizzazione dei vari progetti adolescenziali o progetti giovanili a livello locale. Infatti questi garantiscono un intervento educativo-preventivo, programmato fra i vari servizi formativi presenti in ogni realtà territoriale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               V. Ottaviani


Digitale Terrestre Switch Over

Il sistema televisivo che ci ha accompagnati per cinquant’anni viene detto “analogico”. La TV digitale terrestre – denominata in sigla T-DVB (terrestrial Digital Video Broadcasting) – utilizza segnali digitali come quelli dei computer, di Internet, dei CD e della telefonia mobile. La televisione digitale terrestre è oramai introdotta nel nostro Paese, collocandosi tra le prime in Europa nel contesto di questa innovazione. La transizione dalla TV analogica a quella digitale coinvolgerà progressivamente gli oltre 20 milioni di abitazioni e 50 milioni di apparecchi televisivi del nostro Paese, e dovrà essere completata – come previsto da una legge del Parlamento italiano – entro il 2012, di modo che tutte le regioni d’Italia saranno coperte dal segnale digitale terrestre

 

Lo swicth over è la fase di passaggio dal segnale analogico a quello digitale. Con lo switch over il segnale analogico delle tv viene progressivamente interrotto da regione a regione per passare al digitale terrestre. Il primo switch over è avvenuto in Sardegna nel 2008, e ora l’isola è coperta esclusivamente dal segnale tv digitale terrestre. Con questo parziale passaggio soltanto alcuni canali passano alle trasmissioni digitali. Ciò vuol dire che durante la fase di switch off i vecchi televisori, privi di decoder digitale terrestre, continuano a ricevere il segnale soltanto di alcune emittenti. I canali delle emittenti televisive passate invece al digitale terrestre, possono essere visualizzate solo con l’ausilio del decoder, che va collegato tra la l’ingresso della tv e il cavo dell’antenna.

La fase di switch over dura pochi mesi e ha lo scopo di spingere gli utenti a dotarsi di un decoder digitale senza procedere al distacco netto dal segnale analogico. Al termine del distacco dello switch over le trasmissioni analogiche vengono del tutto eliminate. Per cui per continuare a vedere qualsiasi trasmissione tv è assolutamente necessario dotarsi di un decoder tv digitale terrestre o di una televisione con decoder incorporato. I vantaggi per gli utenti e i principali benefici che derivano dall’introduzione del digitale terrestre sono un maggior numero di programmi disponibili; una maggior qualità audio-video; l’interattività data dal decoder che va installato. La trasmissione digitale rispetto a quella analogica è particolarmente robusta ai disturbi di echi e interferenze e c’è così una maggiore possibilità di partecipazione attiva e immediata ai programmi televisivi con semplici azioni sul telecomando, invece di effettuare telefonate o inviare sms; e la possibilità di un minore inquinamento elettromagnetico. Per installare il digitale terrestre non bisogna pagare nient’altro che il canone tv, come si faceva per la televisione analogica. Non si deve cambiare il proprio televisore per poterlo installare, ma basta solo avere un ricevitore set top box o decoder interattivo, per avere le migliori prestazioni. Inoltre non bisogna installare alcuna parabola perché questa serve solo per la tv via satellite, ma bastano le antenne tradizionali.

Con il digitale terrestre si sono aperte strade per nuovi soggetti del mondo delle telecomunicazioni, si è fatta largo una grande quantità di canali gratuiti, contenuti trasmessi anche in definizione HD e più servizi pay, che possono rappresentare un motivo per passare da una televisione antiquata ad una, di nuova concezione. Parola chiave del digitale terrestre è quindi “interattivo alla portata di tutti”.


Pompei torna a splendere!

E’ il Teatro Grande di Pompei ad essere il protagonosta indiscusso della regione Campania di questo 2010 e sopratutto di questo 10 giugno. Il Teatro Grande di Pompei rinasce grazie al restauro e alla riqualifica della struttura realizzata in 15 mesi dal Commissario per l’emergenza dell’area archeologica di Napoli e Pompei, Marcello Fiori, una ristrutturazione costata circa 4 milioni e 900 mila euro, ma con un risultato sorprendente che dopo tanti anni di degrado e di abbandono che ne hanno resa episodica e discontinua l’attività, era altamente necessario per riportare in vita un pezzo di storia. Mentre nell’antichità andavano di scena le Atellane e le commedie di Plauto e Terenzio, ieri sera sono state le note di Romeo e Giulietta di Tchaikovsky ad aprire la stagione teatrale al Teatro Grande, con il concerto speciale di Riccardo Muti, sul podio dell’orchestra giovanile “Luigi Cherubini”, alla presenza del Ministro degli interni Roberto Maroni e di altre personalità della politica e della cultura. E’ tornato così al suo splendore questo straordinario teatro, oggi funzionante e dotato di moderne tecnologie, illuminazione e strutture per il palcoscenico “che resteranno patrimonio di Pompei e potranno quindi essere smontate e riutilizzate ogni stagione” sottolinea Fiori. Autentico gioiello dell’architettura del II secolo a.C. , con le sue gradinate a ferro di cavallo, il Teatro è pronto ad raccogliere 1800 spettatori, come ieri sera ha mostrato; in età Augustea ne poteva ospitare 5000. Preludio di una stagione ricca di eventi nell’area archeologica, il concerto è stato curato dal Teatro di San Carlo in collaborazione con le principali istituzioni culturali del Mezzogiorno, che ha visto anche la partecipazione della partnership della Fondazione Campania dei Festival. La serata di ieri sera ha segnato la riapertura storica per la rinascita della vita di Pompei. L’area archeologica ha riaperto così alle altre arti e divenendo luogo di elaborazione e proposta culturale: palcoscenico del mondo in cui la bellezza in tutte le sue espressioni è la vera protagonista. La riapertura e la restituzione al mondo del Teatro Grande e dell’area archeologica di Pompei, è un fatto di straordinaria importanza. “Tale avvenimento si inserisce in quel processo di rilancio della vita culturale di Napoli e della Campania, che tramite le sue istituzioni, in primo luogo il Teatro San Carlo, si pone l’obiettivo di trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza delle antiche tradizioni partenopee. E’ solo attraverso il riappropriarsi delle sue profonde radici che Napoli può rivendicare il suo futuro luminoso che attende e merita” sottolinea il maestro Riccardo Muti.

Il restauro appena terminato,era un progetto già approvato dalla Soprintendenza archeologica di Pompei nel 2003 e successivamente modificato dagli organi ministeriali per rendere meno d’impatto l’intervento, si ricollega alla visione del grande archeologo Amedeo Maiuri, “sopratutto per quello che ha riguardato il rifacimento delle gradinate, ricostruite in tufo (lo stesso materiale usato dagli antichi) che è stato collocato sulle antiche sedute in ferro volute proprio dal Maiuri” dice il direttore degli scavi Antonio Varone. Con una tecnica innovativa i blocchi di tufo, così come il tappeto di cocciopesto usato per la pavimentazione, sono stati isolati dal terreno antico con teli di “tessuto non tessuto” in modo che la situazione originaria sia sempre ripristinabile. Sono stati cancellati anche i segni di precedenti invasivi restauri che avevano utilizzato strutture di cemento armato, sostituite dal legno. Due sono state le incredibili scoperte: dalle lastre marmoree sono affiorati e resi leggibili i numeri originali romani che servivano a assegnare i posti. Nella parte superiore del Teatro sono ora visibili i pali che servivano a sostenere il velarium che dava frescura agli spettatori. La messa in sicurezza dell’area comprende anche un impianto di illuminazione esterna di tutto il quadriportico dei teatri, zona che rientrerà nei nuovi percorsi notturni attivi da questa estate. Il Teatro sfrutta il pendio naturale per la ricostruzione delle gradinate (cavea), distinte in tre zone, di cui in quella inferiore (ima cavea), rivestita in marmo, era riservata ai decurioni nel II a.C., e ai cittadini importanti. Palcoscenico e scena, adornati da marmi e statue, in opera laterizia, risalgono al restauro del 62 d.C..

Con questo ultimo grande restauro sono stati effettuati una serie di interventi mirati che  hanno finalmente dotato il teatro di un’idonea illuminazione, un’adeguata accoglienza, segnaletica, transenne e protezioni, che sono stati realizzati o restaurati nel pieno rispetto delle norme sulla conservazione dei beni artistici. Agli spettatori, accolti nella bellezza di un luogo unico al mondo e con venti secoli di storia, verrà  quindi proposto un impianto scenico appositamente realizzato, accanto alla comodità dei moderni servizi”.

Il concerto d’apertura del maestro Muti è iniziato con il grande repertorio classico, dall’Ouverture-Fantasia di Čajkovskij, all’ Uccello di Fuoco di Stravjnskij (Suite 1919), con in gran finale la Quinta Sinfonia in do minore, op. 67 di Beethoven. 

 


Viaggio oltre i cancelli dell’inferno

                                                                                                                         

                                                                                                               “Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni”
                                                                                                                                                                                    (Albert Einstein 1879-1955)

All’udire la parola vivisezione la prima reazione è quella di volerne distogliere subito il pensiero, magari chiedendo al proprio interlocutore di cambiare immediatamente argomento a causa di una propria personale ipersensibilità nei confronti degli esseri viventi e di ogni forma di tortura che li vede vittime indifese.

La vivisezione è sinonimo di sperimentazione animale sia che essi vengano sezionati o meno. Ogni forma di sperimentazione sugli animali origina sofferenze sia fisiche che psichiche al soggetto. Ogni anno centinaia di milioni di animali vengono uccisi durante questa brutale pratica. In qualsiasi campo della ricerca medico-scientifica utilizza questa tecnica, sebbene i risultati che si ottengono sono sbagliati o fuorvianti. Fisiologia, patologia, genetica, farmacologia, tossicologia, chirurgia, psicologia, sono soltanto i principali campi in cui si compiono esperimenti di vivisezione. Ad esempio nel campo della psicologia si condizionano gli animali a comportarsi in una certa maniera sottoponendoli a ripetute scariche elettriche attraverso il pavimento della gabbia. Sugli animali vengono anche testati pesticidi, cosmetici, armi chimiche, ossia sostanze che non servono al progresso scientifico.
La sofferenza inoltre comincia prima dell’esperimento, quando si sottraggono gli animali dal loro ambiente naturale. Quelli invece nati negli allevamenti subiscono dal primo giorno di vita le condizioni innaturali della stabulazione, ossia della permanenza nelle gabbie. La vita di questi animali è scandita dai ritmi imposti dai ricercatori. Hanno spazi ristretti, solitamente non possono socializzare e per questo motivo vengono isolati dai loro simili, mangiano quando e come vogliono i ricercatori, spesso restano in stanze perennemente illuminate artificialmente e non vedono mai la luce del sole.
L’inizio dell’esperimento porta spesso gli animali ad un lungo calvario che termina con la morte. Nessuna specie viene risparmiata: topi, ratti, conigli, uccelli, pesci, ma anche cani, gatti, scimmie, bovini e cavalli. Secondo i dati ufficiali in Italia ogni anno vengono vivisezionati più di 1.000.000 di animali, in Gran Bretagna circa 3.000.000, negli USA 20.000.000, nel mondo 300.000.000/400.000.000. Si compiono esperimenti nelle Università, negli ospedali, in Istituti di ricerca pubblici e privati (ad esempio associazioni per la ricerca delle più svariate malattie), nelle industrie di ogni genere. Tutti i prodotti, prima di essere commercializzati devono, per legge, essere testati sugli animali: farmaci, cosmetici, pesticidi, ma anche olio per i motori delle macchine, additivi alimentari, prodotti per l’igiene della casa, inquinanti ambientali, alcol e tabacco e molti altri. E’ sufficiente questa osservazione per capire l’entità di questa realtà infernale.  
Le modalità con cui vengono compiuti gli esperimenti sono le più svariate: gli animali sono avvelenati, ustionati, accecati, shockati, affamati, mutilati, congelati, decerebrati, schiacciati, sottoposti a ripetute scariche elettriche attraverso elettrodi conficcati nel cervello e infettati con qualsiasi tipo di virus o batterio, anche quelli che non colpiscono gli animali, come il Treponema Pallidum per la sifilide o l’HIV per l’AIDS. Per non disturbare i ricercatori a volte gli animali sono stati persino devocalizzati, ossia gli sono state tolte le corde vocali in modo da impedirgli di urlare. Comunque, secondo i dati britannici, che sono gli unici al mondo ad essere piuttosto attendibili, nel 70% circa degli esperimenti, gli animali non vengono anestetizzati e nel 30% rimanente, solo ad una parte viene somministrato almeno qualche antidolorifico. Qualora fosse praticata, l’animale sottoposto soffrirebbe comunque per il dolore che si protrae normalmente ben oltre la fine dell’operazione. La totale negligenza nella pratica di un’anestesia corretta, che copra tutto il periodo di dolore, non ha nessuna motivazione se non quella economica: pur di non spendere soldi, o di non ‘perdere tempo’ per l’anestetico si lascia che l’animale, già sofferente per la condizione di prigionia e di privazione estrema conseguente al suo essere ‘animale da laboratorio’, soffra e agonizzi all’infinito. Non ha importanza, perché tanto è considerato solo un animale. Non ci sarà nessun avvocato a difenderlo. In qualunque modo l’animale venga trattato saranno in pochi a saperlo: il vivisettore stesso e forse, pochi altri colleghi, che in quanto tali, non avranno nulla da obiettare. Di tutti gli esperimenti condotti su questa vastissima popolazione di animali solo il 30% riguarda la medicina, mentre il 70% serve a testare prodotti cosmetici, detergenti, formule industriali (detersivi, saponi, inchiostri, ecc.) o belliche (gas tossici, radiazioni nucleari, armi batteriologiche, nuovi proiettili, ecc. ); infine, una piccola percentuale viene fatta a scopo didattico-dimostrativo nelle scuole.                

A proposito dell’incertezza dei dati a disposizione e dell’enorme difficoltà nel reperirli la BUAV (British Union for the Abolition of Vivisection) afferma:

“E’ sconvolgente che così pochi paesi ritengano importante contare il numero di animali che soffrono nei loro laboratori. E’ impossibile avere un dibattito sul ruolo degli esperimenti sugli animali nel XXI secolo, quando il numero ufficiale degli animali coinvolti è così sottovalutato. Ciò significa che un’enorme quantità di sofferenza viene semplicemente ignorata, e gli sforzi volti a sostituire l’uso degli animali nella ricerca con tecniche più moderne viene ostacolato. La vivisezione è considerata uno dei più controversi campi di utilizzo degli animali, e’ giunto il momento che i governi di tutto il mondo portino alla luce la verità”.
A spingere i ricercatori ad utilizzare gli animali negli esperimenti di vivisezione è l’occasione giusta per fare carriera, attraverso resoconti e pubblicazioni di esperimenti che nei concorsi vengono notevolmente valutati. Di conseguenza queste pubblicazioni porteranno pubblicità e consentiranno ai ricercatori di avvalersi dei sussidi finanziari messi a disposizione dai vari Consigli Nazionali di Ricerca. Le ricerche sugli animali nelle Università oltre a rappresentare un guadagno economico, rappresentano anche una scuola di apprendimento di tecniche vivisettorie, dove lo studente, avviato a tale pratica, difficilmente cambierà metodologia e questo a discapito della vera scienza, che dovrebbe insegnare invece il rispetto per la vita “ Primum nihl nocere” (Ippocrate), senza l’utilizzo degli animali.

In medicina e in farmacologia non si è quindi fatta alcuna scoperta importante e di valore pratico ai fini della salute umana, dovuta alla vivisezione. Anzi, vi sono stati numerosi casi in cui la sperimentazione animale, ha portato poi a errori fatali sull’uomo, oltre che a ritardare le ricerche davvero scientifiche. Questo è avvenuto perché nessuna specie animale, compreso l’uomo, può costituire un modello sperimentale per nessun’altra specie, dato che tra le differenti specie esistono differenze sia fisiologiche che differenti tipi di reazioni sia alle sostanze chimiche che a quelle naturali. Gli animali sono così diversi dall’uomo che quello che si verifica nell’animale può essere simile, completamente diverso, totalmente opposto a quello che si verifica nell’uomo. Per cui quando si è fatto un esperimento sugli animali è necessario e indispensabile, ripeterlo sull’uomo.  

La vivisez­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ione diventa dunque un alibi per poter sperimentare nell’uomo senza nessun vincolo di natura burocratica e giuridica. Tanti farmaci ad esempio, sperimentati sugli animali e ritenuti innocui che ne era stata anche approvata la libera vendita senza preiscrizione medica, il risultato, dopo vari anni d’uso sull’uomo, fu quello di gravi malformazioni, cancri e decessi. Questo dimostra che gli effetti tossici e collaterali non appaiono durante i test preliminari sugli animali, ma solo dopo che il trattamento è stato usato sull’uomo per lungo tempo. Bisogna anche considerare che ogni singolo soggetto di ogni specie differisce nelle reazione, in base al proprio metabolismo, da ogni altro essere vivente della stessa specie. Ad esempio il cloroformio provoca epatomi in vari ceppi di topi femmina ma non nei topi maschi. Inoltre la sperimentazione su animali di forme di cancro artificialmente indotte, porta gli scienziati a studiare le cause di questi mali e a cercare di trovare una terapia efficace e specifica. Dai risultati fallimentari ottenuti si comprende che non vi è alcun parallelo o rassomiglianza tra le malattie che insorgono spontaneamente nell’uomo e nelle malattie indotte artificialmente in animali non malati. Questi risultati riferiti alla ricerca sul cancro sono già espressi da medici e ricercatori di fama internazionale. A lottare contro questo crimine c’è la LIMAV, Lega Internazionale Medici per l’abolizione della Vivisezione, il cui presidente è il Prof.re Giulio Tarro (primario nella divisione di virologia all’ospedale Cotugno di Napoli e presidente della Fondazione Beaumont-Bonelli per le ricerche sul cancro) che compie ricerche sul cancro senza ricorrere alla sperimentazione animale, ma sperimentando su cellule e colture di tessuti umani. Questa organizzazione, fondata a Zurigo nel 1987, si occupa di antivivisezione scientifica. Il suo scopo consiste nel miglioramento della salute pubblica attraverso l’abolizione di ogni esperimento su animali nei vari Paesi del mondo e attraverso ogni genere di iniziativa volta a migliorare esistenti condizioni ecologiche che possano causare danni alla salute umana ed alla vita animale e vegetale nel suo complesso. I medici LIMAV si occupano di organizzare e partecipare a conferenze, congressi, seminari, dibattiti, simposi; pubblicare testi redatti dai propri membri conformi con gli scopi dell’Organizzazione; favorire ricerche senza l’utilizzo, diretto o indiretto, di animali; instaurare contatti e collaborare con organismi pubblici o privati, nazionali o internazionali che condividano gli scopi dell’Organizzazione; instaurare contatti e collaborare con enti e istituzioni pubbliche, con i governi nazionali e locali nonché con organi e rappresentanti governativi. Questo movimento antivivisezionista, oltre ad essere composto da molti medici ed esperti, vi fanno parte anche comuni cittadini sensibilizzati e sostengono che con i metodi alternativi a quelli tradizionali che impiegano animali, metodi che già esistono da tempo e vengono in parte applicati, non solo è possibile risparmiare inenarrabili sofferenze a milioni di poveri animali ma anche e soprattutto avere la garanzia di un risultato molto più affidabile e realmente scientifico in quanto questi metodi utilizzano come modello di studio direttamente l’uomo e non più l’animale. Il vantaggio non è solo quello di avere risultati tangibili già definitivi, nel senso che non necessitano di successive estrapolazioni e correlazioni con altre specie, ma perché già questi risultati si riferiscono alla specie giusta: quella umana.
Per la ricerca biomedica di base i metodi alternativi si avvalgono di dati epidemiologici e statistici, colture in vitro di tessuti o di interi organi umani, dello studio diretto dei pazienti tramite i moderni strumenti di analisi non-invasivi, infine di autopsie e biopsie. Per i test di tossicità in campo cosmetico si lavora molto con le colture di cellule e di tessuti umani o modelli matematici computerizzati. Infine per la didattica esistono ormai centinaia di metodologie alternative già validate: modellini, manichini e simulatori meccanici computerizzati, film, video.
Questi procedimenti benché veramente scientifici e sicuramente promettenti, stentano a decollare a causa di un’insormontabile barriera burocratica che prevede un iter, per la loro validazione ai fini dell’applicabilità, molto lungo e oneroso. In primo luogo perché il metodo da validare venga ritenuto idoneo solo se riesce a fornire dati simili a quelli ottenuti, in passato e per le medesime sostanze, con la sperimentazione animale. Un criterio questo del tutto irrazionale e antiscientifico in quanto i risultati andrebbero semmai confrontati con quelli già noti sull’uomo: si parla di sostanze già sperimentate, quindi già in commercio e sulle quali sono pertanto già noti gli effetti sull’essere umano. Infine, e qui siamo al paradosso, i test su animali correntemente utilizzati, riconosciuti, ufficiali e quindi perfettamente legali, non sono mai stati validati. Ora questi stessi test vengono innalzati a metro di giudizio per la validazione di quelli nuovi, alternativi alla sperimentazione animale. A questi ultimi cioè si richiede, per essere riconosciuti ‘idonei’, di produrre risultati simili a quelli ottenuti con la sperimentazione animale (i cui test sono spesso tra l’altro estremamente datati, alcuni risalenti addirittura al 1930), la quale essa stessa non è mai stata sottoposta a nessun tipo di verifica, bensì, venne a suo tempo presa per buona a priori, e non si capisce in base a quale evidenza scientifica, viste le macroscopiche differenze biologiche tra uomo e animale.

Per cercare di capire meglio il fenomeno della vivisezione da un punto di vista soggettivo, abbiamo intervistato la Dott.ssa Tea Aragozzini, veterinaria alla clinica di Monterotondo :

 1)    CHE COSA SI INTENDE CON IL TERMINE VIVISEZIONE?

 Per vivisezione si intende la sperimentazione animale, mirata alla conoscenza sulla funzione, di certi organi, in risposta a dei prodotti chimici. Ma anche ad esaminare la trasmissione delle malattie infettive.

 2)    E’ VERO CHE LA VIVISEZIONE E’ UN MALE NECESSARIO PER LA SPERIMENTAZIONE?

Non è necessario per la sperimentazione perché molto spesso quello  che viene effettuato sugli animali non è uguale a quello che viene utilizzato nell’uomo. Anche se in alcuni casi è stata utile utilizzarla sugli animali per l’applicazione di nuovi strumenti chirurgici.

 3)  A QUALI TIPI DI ESPERIMENTI SONO SOTTOPOSTI GLI ANIMALI NEI    LABORATORI?

Sono test di farmaci per quanto riguarda le reazioni allergiche o per problemi sullo sviluppo fetale, oppure tecniche chirurgiche come trapianti.

 4)   DA DOVE PROVENGONO GLI ANIMALI?

 Che io sappia una volta la sperimentazione vi era anche negli ospedali ma adesso credo che non ci sia più. Alcuni cani provenivano da allevamenti dall’estero o dal nord Italia, ma adesso la nostra legge lo vieta. Mentre per quanto riguarda, la sperimentazione sui topini o conigli, gli animali provenivano da allevamenti interni molto spesso finanziati dalle stesse case.

 5)         LEI DOPO L’ESPERIENZA MATURATA DOPO TANTI ANNI A  CONTATTO CON GLI ANIMALI E’ CONTRO LA VIVISEZIONE?

    Decisamente si

 6)   IN CHE AMBIENTI AVVIENE LA VIVISEZIONE? A LEI E’ MAI CAPITATO DI ESSERE CONTATTATA DA QUALCHE AZIENDA PER FARE SPERIMENTAZIONI SU ANIMALI?

 No assolutamente no prima veniva applicata negli ospedali ma adesso la pratica è stata vietata, nessuno mi ha mai proposto questo tipo di sperimentazione perché mi sarei rifiutata a prescindere, perché non soltanto la vivisezione è crudele, ma è anche antiscientifica. Gli antivivisezionisti non sono contro la ricerca né contro tutti i farmaci,siamo contro questo modo di testare i prodotti farmaceutici e le sostanze chimiche e siamo contro i farmaci inutili o dannosi che vengono messi sul mercato anche dopo obbligatorie prove su animali.

 7)         ESISTONO METODI DI RICERCA CHE NON RICHIEDONO L’UTILIZZO DI ANIMALI?

Ne esistono molti, ed inoltre sono più economici della vivisezione, come ad esempio l’esportazione di tessuti umani, attraverso delle operazione chirurgiche.

 Date queste informazioni è facile intuire sia quanto questo fenomeno è ancora oggi così vivo intorno a noi ma anche quanto si cerca di fare attraverso movimenti antivivisezione per debellare questa tortura.

La strada che porta a liberare gli animali dagli strumenti di contezione e dagli stabulari dei laboratori si costruisce solo quindi continuando a dimostrare che tanta sofferenza, oltre che immorale e indegna di una società civile, è inutile per il benessere e la salute umana. E’ necessario dimostrarlo con i dati scientifici, confrontando quelli affidabili e certi che emergono dallo studio di cellule umane con quelli che derivano dai metodi tradizionali che analizzano l’animale, estremamente variabili a seconda della specie utilizzata, quindi pericolosi e fuorvianti se presi per buoni nella formulazione di cure o farmaci per l’uomo. Ciascuno di noi può fare qualcosa per far cambiare la situazione. Occorre far sentire la nostra voce in vari modi, affinché i legislatori tengano conto del parere dei cittadini e di quei medici che sono contro questa violenza sugli animali, sia da un punto di vista etico che scientifico.

Lo scorso 6 maggio a Milano, è stata organizzata una manifestazione dall’OIPA ( Organizzazione Internazionale Protezione Animali) contro la vivisezione per una ricerca senza animali, dove si sono ritrovati uniti tutti i maggiori rappresentanti delle varie associazioni animaliste e antivivisezioniste e migliaia di cittadini, tutti uniti con la voglia di dire no alla vivisezione.

Gli animali non possono essere considerati un oggetto da utilizzare quando e come vogliamo a nostro piacere solo perché tanto non hanno la parola per potersi esprimere o la forza per ribellarsi, ignorando la loro sofferenza e il loro diritto di essere rispettati: sono anch’essi esseri viventi e come tali vanno protetti e rispettati.

 “Di tutti i crimini che l’uomo commette contro Dio e il creato, la vivisezione è il più nero”  (Mahatma Ghandi, 1869-1948)


Europa, più speranze per i giovani

La commissione europea nel bilancio del ’09 ha previsto circa 250 assunzioni a seguito dell’allargamento del ’07 alla Romania e alla Bulgaria, alle quali sono state messe a disposizione circa 209,1 milioni di euro per mantenere un saldo di bilancio positivo nei primi anni della loro adesione. Sono stati destinati circa 863,9 milioni di euro per i programmi nel settore della cittadinanza, come sostegno a favore della gioventù e della cultura. L’UE continuerà a svolgere un ruolo fondamentale come attore globale grazie all’aumento del 7,3% della dotazione per le azioni esterne, anche il sostegno al processo di pace nel Medio Oriente e alla promozione della stabilità nel Kosovo, rimarranno elementi centrali nella politica estera dell’UE. L’Unione Europa è una partnership economica e politica unica al mondo che unisce 27 paesi democratici europei. L’Unione Europea si prefigge lo scopo di essere una società equa e attenta ai bisogni dei cittadini, impegnata nella promozione della prosperità economica e nella creazione di posti di lavoro rendendo le aziende più competitive. Insieme ai paesi a confine e ad altri, l’UE si adopera per diffondere benessere, progresso democratico, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, oltre le sue frontiere. L’UE è la maggiore potenza commerciale-mondiale e il principale erogatore di finanziamenti e di assistenza tecnica ai paesi più poveri. L’UE, utilizzando l’1% della sua ricchezza globale annuale, costruisce il nostro avvenire comune e svolge un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. Ogni spesa è decisa in base al fatto che un investimento dell’UE è più redditizio di quello che potrebbe essere realizzato dai governi nazionali. L’obiettivo dell’UE è quello di far fronte alle sfide che si presentano nella nostra società, per assicurare ai cittadini europei un’esistenza migliore. Le spese sostenute dall’UE sono destinate a ridurre le disparità di reddito e di condizione sociale, a promuovere la mobilità resa possibile dall’apertura delle frontiere interne, a garantire libertà, giustizia e sicurezza all’interno delle frontiere dell’UE e a salvaguardare la diversità culturale. Gran parte rilevante dei finanziamenti è diretta oltre le frontiere dell’UE, che sia per il suo peso economico e politico, ha assunto un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. L’Unione europea influisce positivamente sulla vita quotidiana dell’uomo, con voli a basso costo, comunicazioni più economiche, abolizioni delle frontiere fra la maggior parte dei paesi europei. Grazie all’UE, si ha un ambiente più pulito, il diritto all’assistenza sanitaria quando si è in viaggio e la moneta unica per i due terzi dei cittadini europei. Il bilancio dell’UE finanzia la costruzione di strade, ponti, linee elettriche; promuove la società dell’informazione e la diversità culturale; finanzia corsi di formazione per i disoccupati e crea nuovi posti di lavoro. Combatte la discriminazione a favore dei disabili, finanzia ricerche sulle malattie infantili. I fondi spesi dall’UE all’anno sono equivalenti a 270 euro per cittadino e a circa l’1% della ricchezza nazionale, un investimento molto produttivo per il futuro dell’Europa. Il bilancio dell’UE del ‘09 prevedeva 133,8 miliardi di euro in stanziamenti d’impresa, circa l’1,03% del RNL della Comunità, con l’aumento del 2,5% rispetto al bilancio del ’08. Sarà destinato alla conservazione e gestione delle risorse naturali dell’Unione, un importo di 56,1 miliardi di euro. Oltre alla promozione dello sviluppo economico e la salvaguardia delle risorse naturali, l’UE affronta ance le paure dei cittadini in materia di libertà, sicurezza e giustizia.


Il Ventennale della caduta del muro

Correva l’anno 1989 e la capitale tedesca fu testimone di uno degli eventi più importanti della storia che avrebbe cambiato l’Europa e gli squilibri mondiali. Fu il 9 Novembre 1989 il giorno in cui il governo della Germania dell’Est (DDR) decise che da quell’istante chiunque poteva “varcare” il confine per andare nella Germania Federale, ovvero nell’occidente capitalista. Il muro che divideva Berlino in due fazioni, quella capitalista da quella socialista, fu raso al suolo e questo evento segnò la fine della Guerra Fredda e del “sogno comunista” e la Germania tornò ad essere unita ufficialmente il 3 Ottobre del 1990. Nonostante lo storico evento ci sono ancora grandi differenze tra la Germania dell’ Ovest e quella dell’ Est. A vent’anni dalla caduta del muro è ancora in corso il processo che ancora oggi punta a cancellare le differenze tra le regioni orientali e occidentali del Paese. La decisiva svolta verso la ricca e moderna società capitalistica ha creato dei forti disagi anche ai cittadini dell’Est. I “sognatori” del mondo capitalista della Germania dell’Est, quando entrarono in contatto con il “sistema” Occidentale ebbero sgradite sorprese. La caduta del muro portò alla chiusura di molte industrie, disoccupazione e la privatizzazione delle case e di conseguenza un aumento del canone. A 6 mesi della caduta del muro di Berlino molti cittadini scesero in piazza a Lipsia contro il sistema capitalista. La celebrazione del Ventennale della caduta del muro di Berlino è avvenuto il 9 Novembre 2009. E’ stata la celebrazione di una vittoria contro la divisione tra i popoli, l’abbattimento di un simbolo che ha influenzato il mondo per quasi trent’anni, simbolo della guerra fredda e della spartizione del mondo in sfere d’influenza, all’indomani della seconda guerra mondiale. “Siamo stati tutti berlinesi vent’anni fa”, riprendendo la famosa dichiarazione di John Fitzgerald Kennedy fatta durante la sua visita a Berlino nel Giugno del 1963, “Ich bin ein berliner”. E il 9 Novembre del 2009 lo siamo ancora. Tutti i potenti della terra si sono riuniti per celebrare i venti anni dalla caduta di uno dei simboli della divisione tra i popoli: il muro di Berlino. Un muro che dal 1961 al 1989  ha diviso una città in due e ha diviso anche il mondo in due. Commemorazione intesa come punto d’arrivo di un percorso della memoria che per tutto il 2009 ha attraversato la città. “Ma il muro non è caduto solo a Berlino, è stato un evento epocale per tutta l’Europa”, come sottolinea l’ambasciatore tedesco Michael Steiner in una nota diffusa dall’ambasciata della Repubblica federale. Tutto l’anno 2009 è stato caratterizzato da eventi dell’ambasciata legati al tema del muro, come la tavola rotonda tra personaggi illustri del mondo politico, letterario e artistico. Per l’occasione pertanto, è stato proiettato sul Colosseo, simbolo di Roma, un pezzo di Muro, quello che raffigura Trabant. Si tratta di uno dei più noti dipinti della East Side Gallery, il tracciato più lungo e famoso del Muro di Berlino.


Il movimento corporeo

La centralità del corpo umano è uno dei presupposti fondamentali su cui si basa, nell’epoca contemporanea, la definizione concettuale e simbolica della danza. La nuova danza del XX secolo può darci un corpus filosofico compiuto grazie al fatto che essa interpreta una questione radicale di tutta la cultura occidentale: come riconoscere l’Essere nell’uomo di fronte alla finitezza del suo corpo.
Riportare l’essere all’uomo significa anche ritrovare nell’uomo il carattere divino che lo distingue, la sacralità dell’Essere, recuperando antichi miti ancestrali d’origine orientale.
Non c’è da meravigliarsi dunque se una delle più antiche arti è quella del movimento: la danza. Con caratteristiche diverse essa fiorisce dappertutto. Le sue origini si perdono nella preistoria più remota: molto prima che la danza evolvesse negli stili di un’arte complessa, l’uomo trae diletto a flettersi e scuotersi, a girare su se stesso, a divertirsi con passi artefatti, a pestare i piedi aritmicamente, proprio come fanno i bambini anche oggi. Tutte le grandi civiltà hanno creato forme proprie con l’elemento fondamentale della danza: il movimento del corpo nello spazio. Il corpo ha una vastissima gamma di movimenti ed i tipi di danza, che prendono forma dall’esperienza espressiva del corpo, presentano enormi differenze da cultura a cultura. Quelle asiatiche sono più complesse in parte perché la danza orientale, come l’arte orientale in genere, è strettamente legata alla religione e agli aspetti simbolici e contemplativi. Ciò è evidente in modo particolare nella danza indiana ed è una conseguenza del fatto che gli indù credono nella creazione del mondo da parte di una “divinità ballerina”, Shiva. La filosofia nietzscheana ci consente di mettere in luce i parametri culturali che silenziosi scorrono dietro la nascita della danza. La necessità di tale filosofia è di rompere con una cultura focalizzata su qualcosa “fuori” dal corpo esprimendosi con estrema determinazione.

Grazie al recupero della sacralità del corpo la danza contemporanea, con Isadora Duncan, Martha Graham, Pina Baush e Carolin Carlson, ha saputo ispirarsi alle antiche danze ancestrali e trarre spunto per la propria arte. La nuova danza fa emergere archetipe danze basate sui culti della fertilità nella loro vera essenza femminea e matriarcale, liberandole dalle pseudopatriarcali interpretazioni, frutto della depurazione religiosa di provenienza monoteista, ridando loro il vero valore esoterico e sacrale.


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