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Ruoli educativi ed evoluzione famigliare

Un genitore quasi perfetto” è il libro di Bruno Bettelheim, dedicato all’educazione famigliare e basato sull’idea che, piuttosto che affidarsi agli “specialisti”, « è alla portata di tutti essere genitori passabili, vale a dire genitori che educano bene i figli. Occorre però che gli errori che commettiamo nell’educarli [] siano più che compensati dalle molte occasioni in cui ci comportiamo in modo giusto con loro». Il genitore quasi perfetto è dunque colui che è in grado di amare il figlio e dialogare con esso sulla base del progetto di cui quest’ultimo è portatore e che trascende la volontà dell’adulto come afferma il poeta Gibran Khalil Gibran, « i vostri figli [] abiteranno case future che voi non potrete visitare neppure in sogno». Ovviamente questo progetto non è chiaro fin dall’inizio, ma necessita di strumenti che spettano appunto ai genitori fornire per costituirsi, in modo che sia il figlio a scoprire chi è e come esserlo. A tale questione è anche importante definire quali siano i ruoli educativi all’interno della famiglia e la sua evoluzione stessa nell’arco del tempo. L’evoluzione famigliare nella società contemporanea, unita alla trasformazione della divisione tradizionale del lavoro fra i sessi, ha prodotto vistose conseguenze pedagogiche, fra cui anche la difficoltà di molti genitori di assicurare nei primi anni di vita una presenza famigliare estesa e regolare.

Nella famiglia tradizionale toccava in genere solo alla figura paterna, non casualmente dipinta dalla psicanalisi freudiana, come la più lontana ed inaccessibile per il bambino. Questa visione tradizionale dei ruoli all’interno di una famiglia, è ancora fortemente presente nella società contemporanea. Alcune ricerche confermano infatti che alla fine degli anni Ottanta lo stereotipo famigliare era quello della madre casalinga e del padre lavoratore. Oggi la situazione lavorativa invece riguarda entrambe le figure genitoriali con la necessità di individuare sin dal primo anno di vita istituzioni, come il nido, o figure come i nonni o baby-sitter, in grado di svolgere una funzione sostitutiva. I tempi quindi che i genitori possono dedicare alla prima educazione del figlio sono diminuiti e l’alternanza di entrambi presso il bambino fa si che si affermi una divisione paritaria ed indifferenziata dei compiti nei suoi confronti. Il rapporto del bambino con la madre è uno degli argomenti di studio più importanti e affrontati dal punto di vista delle teorie sullo “attaccamento”. Queste presuppongono un ruolo fondamentale della madre nello sviluppo emotivo della prima infanzia e spesso di tutta la vita. Le relazioni affettive precoci, secondo Winnicott fra una madre e il proprio bambino, costituiscono il prototipo di tutte le relazioni interpersonali. Infatti assumono una importanza estrema le prime interazioni del bambino con una figura materna, e ancor più lo sono le interazioni sociali precoci costituite dal linguaggio non-verbale fra neonato e madre durante le prime fasi della sua vita in quanto creano reciprocità e risonanza emotiva, di grande significato per lo sviluppo. A differenza di quanto nel tempo è accaduto per la madre, il cui ruolo, tuttavia, è rimasto stabile, lo stereotipo del padre invece ha subito nella nostra civiltà un’evoluzione considerevole, che ha portato a notevoli oscillazioni dei ruoli educativi da lui svolti, rappresentando figure come quella del padre-autoritario, del padre-assente, del padre-amico, del padre-madre.

Da un punto di vista pedagogico questa flessibilità dei ruoli richiede dunque al padre di continuare ad essere una figura di riferimento autorevole senza per questo fissarsi sugli stereotipi dell’autoritarismo tradizionale. E’ infatti anche suo compito assicurare quelle condizioni di attenzione e dialogo che costituiscono la migliore forma di prevenzione al disagio giovanile. Possiamo ritenere valida in tal sede, l’affermazione prodotta dal neuropsichiatra Giovanni Bollea, « il vecchio adagio secondo cui, la madre insegna ad amare e il padre insegna a vivere trova [] sostanziale conferma» nell’immagine del padre come elemento di equilibrio, incarnazione di un’autorità affettiva e razionalizzante, disponibile a condividere con il bambino l’avventura dell’esplorazione del mondo come figura dispensatrice di sicurezza. Il padre non è solo così la freudiana “incarnazione dell’autorità”, ma anche colui che gioca con i propri figli.

                                                                                                                                                                                                                                                      V. Ottaviani

                                                                                                                                                                                  


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